ABBATH
“Abbath”

Se si scrive Immortal ma si legge Abbath e Demonaz, non c’è da stupirsi che quando questo sodalizio artistico ha assunto nuove forme o è venuto meno, i progetti dei suoi interpreti siano stati paragonati a quanto fatto dagli stessi nella band madre. Tralasciando i Bömbers, puro divertissement in stile Möthorhead, è successo con gli I e con l’omonimo progetto di Demonaz ed ovviamente accade ora con l’uscita del debutto ” in solitaria” di Olve Eikemo, che in questa occasione s’è fatto aiutare dall’ex Gorgoroth King Ov Hell al basso e dal già defezionario Kevin Foley, alias Creature, alla batteria. Partiamo però dall’unico punto fisso nonché motore del progetto, quell’Abbath che in questo eponimo debutto riprende il discorso sviluppato dagli Immortal a partire da “At The Heart Of Winter”, lavoro che guarda caso segnava l’inizio della forzata assenza di Demonaz, ma che nel farlo sembra più accontentarsi di coglierne gli stereotipi che non l’essenza profonda. Mi spiego meglio. La diatriba per la disputa del nome Immortal risolta in favore di Demonaz ha fatto si che solo incidentalmente questa nuova uscita non mostri in copertina il glorioso logo stampato su un album leggendario come “Pure Holocaust”, ma alla resa dei conti “Abbath” finisce per brillare di luce riflessa, come se la struttura messa in piedi dal suo artefice mirasse più a somigliare solo musicalmente a quello che è stato piuttosto che a cercare di carpirne lo spirito, limitandosi a ricalcarne le mosse senza provare ad andare oltre o più in profondità come sarebbe lecito attendersi da un musicista della sua caratura. Intendiamoci, il lavoro si fa ascoltare, ha anche qualche pezzo con un buon tiro e, tutto sommato, fa la sua bella figura come sottofondo in viaggio o in momenti di svago, però queste sue qualità sono anche il suo più grande limite, e questo perché non c’è praticamente traccia di quel trasporto emotivo e di quel coinvolgimento fatto di epos ed atmosfera che rendeva credibili gli Immortal, nonostante video e pose plastiche degne dei peggiori cliché Black Metal spingessero nella direzione opposta. Se e in che misura abbia inciso anche l’atteggiamento al limite del parodistico di Abbath, ormai ridotto a caricatura di se stesso, è difficile dirlo, fatto sta che avevo apprezzato di più l’onestà, se così vogliamo chiamarla, di Demonaz, che in “March Of The Norse” aveva optato per un approccio differente che, per ironia della sorte, comportava un cambio di sonorità ma non certo un annacquamento delle emozioni profuse. Insomma, inutile girarci troppo intorno, “Abbath” merita anche più di un ascolto e farà sicuramente breccia nel cuore di molti, specie tra i meno smaliziati ed esigenti, ma da qui a considerarlo un album imperdibile ce ne passa.

BRIEF COMMENT: Ended his journey with Immortal, Abbath is back with a new project and a self titled full length. Althought this debut is pretty close to Abbath’s musical past, in particular to what he did starting from “At The Heart Of Winter”, it seems to capture just the sounds of those works rather than their true essence. Indeed, there are no big flaws and some tracks are pretty catching, but that doesn’t make it a perfect record or a must have album, just a good one to listen to while hanging around or having fun with friends.

Contatti: Sito Ufficiale
Etichetta: Season Of Mist
Anno di pubblicazione: 2016
TRACKLIST: 01. To War!; 02. Winterbane; 03. Ashes Of The Damned; 04. Ocean Of Wounds; 05. Count The Dead; 06. Fenrir Hunts; 07. Root Of The Mountain; 08. Endless; 09. Riding On The Wind (Judas Priest Cover); 10. Nebular Ravens Winter (Immortal Cover)
Durata: 48:11 min.

Autore: Iconoclasta

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