BRANT BJORK
“Jalamanta”

Nell’ambito dell’eccelso lavoro di ristampa dell’ampio catalogo di Brant Bjork da parte della Heavy Psych Sounds, non poteva mancare quello che da molti è considerato come la summa artistica del polistrumentista americano, ossia il suo debutto in veste solista “Jalamanta”. Originariamente rilasciato nel 1999 dalla Man’s Ruin Records con la mitica cover che ritrae Brant in pieno stile “Festa dei morti messicana”, e successivamente ristampato diverse volte dallo stesso Brant con la sua etichetta Duna Records, “Jalamanta” arriva dopo tutta una serie di esperienze musicali vissute dall’artista dopo lo scioglimento dei Kyuss, e che verranno poi riversate in questo lavoro, creando di fatto le basi per il personalissimo stile musicale che Brant proporrà nel corso della sua lunga discografia. Nonostante venga considerato come uno dei padri dello Stoner, questo “Jalamanta” marca notevolmente le distanze dal suo passato recente e soprattutto dai suoi ex-compari, Josh Homme in primis. Infatti, lo stile qui proposto si nutre avidamente di richiami sonori provenienti dal rock americano dei 60s e 70s, nel quale vengono messe in evidenza atmosfere melodiche dal sapore vagamente psichedelico. Scordatevi completamente i fuzz ed ampli tutta potenza che tanto ci piacciono, ma lasciatevi senza pensieri andare al quieto flusso sonoro che ci propone il buon Bjork. Sentite l’asfalto rovente ed il sudore che vi cola lungo la schiena, pensate con forza al desiderio di una birra ghiacciata come palliativo a questa tremenda ondata di caldo. Bene, tutto questo ed altro è “Jalamanta”. Un perfetto quadro sonoro dei luoghi e paesaggi che circondano l’artista, e che nel disco vengono ricreati alla perfezione. Infatti, non è un caso che “Jalamanta” sia per gran parte un disco strumentale, dove la voce, tra cui anche quella di Mario Lalli dei Fatso Jetson su “Toot”,  compare solo in alcuni brani. Gli unici rimasugli di elettricità compaiono su “Too Many Chiefs…Not Enough Indians”, che verrà rivisitata sul disco acustico “Tres Dias”, la già citata “Toot”, “Low Desert Punk” e “Her Brown Blood”, mostrando anche una certa assonanza alle sonorità dei primi Queen Of The Stone Age, probabilmente derivata dalle sue molteplici partecipazioni alle Desert Sessions di Homme.  Anche la stessa cover dei Blue Oyster Cult posta in chiusura, perde completamente la sua originaria forma AOR, per essere trasformata in un assolato blues sudista. Insomma, direi che c’è davvero poco altro da aggiungere a questo capolavoro e come diceva una famosa pubblicità se non ce l’avete, accattatavil!

BRIEF COMMENT: “Jalamanta” is the sound of the wind passing through the windows of the car as it runs through the desert. “Jalamanta” is the sweat that attaches your clothes to your body on a particularly hot summer day. “Jalamanta” is the lazy swinging over a hammock in the shade of a porch. “Jalamanta” is pure feeling for the music.

Contatti: Sito Ufficiale
Etichetta: Men’s Ruin Records, Heavy Psych Sounds Records (Reissue)
Anno di Pubblicazione: 1999, 2019 (Reissue)
TRACKLIST: 01. Lazy Bones; 02. Automatic Fantastic; 03. Cobra Jab; 04. Too Many Chiefs…Not Enough Indians; 05. Sun Brother; 06. Let’s Get Chinese Eyes; 07. Toot; 08. Defender Of The Oleander; 09. Bones Lazy; 10. Low Desert Punk; 11. Waiting For A Coconut To Drop; 12. Her Brown Blood; 13. Indio; 14. Take Me Away
Durata: 46:08 min.

Autore: KarmaKosmiK

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