INTERVISTA FUNERAL MARMOORI – Il Capitano

Rimasti molto affascinati dall’Heavy Doom a tinte psichedeliche presente nel loro secondo full-lenght, edito dalla Minotauro Records, “The Deer Woman”, era d’obbligo per noi di Hypnos Webzine andare ad approfondire tutto quel che gira intorno al monicker Funeral Marmoori. Fortunatamente, abbiamo trovato ne Il Capitano un interlocutore decisamente voglioso di raccontare, anche in toni ironici, il proprio mondo musicale.

Ciao Capitano! Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuto su Hypnos Webzine! Per rompere il ghiaccio volevo sapere quali sono state le prime reazioni all’uscita di “The Deer Woman”. Spulciando qua e là, sembra che stia riscuotendo consensi un po’ ovunque. Ve lo sareste aspettato?

Il Capitano: Beh dai, un pochino si. Ci abbiamo lavorato molto ed eravamo soddisfatti di come era venuto fuori..che è sempre diverso da come te lo immagini prima di registrarlo. Va detto che se uno scrive canzoni che gli fanno cacare è normale che si stupisca di una recensione positiva. Da parte mia ero molto fiducioso del songwriting dato che a me le canzoni garbano…sai che patire sennò a suonarle!

Prima di addentrarci su “The Deer Woman”, vorrei che ci facessi un breve sunto della vostra storia. Tra l’altro, sul vostro Facebook ho letto che i Funeral Marmoori sono nati come side-project tuo e di Fabio, volendo essere un’alternativa a quanto portato avanti nella band Stoner/Sludge Gum. Cosa volevate fare di diverso con questo nuovo progetto? Ed anche, dove avete trovato questo nome particolare come Funeral Marmoori?

Il Capitano: I Funeral Marmoori non sono il side-project di nessuno, semplicemente io e Fabio suoniamo in un altra band, i Gum, già da prima dei Funeral Marmoori. Volevamo suonare un genere diverso scambiandoci ruoli e strumenti. Di là infatti io suono la batteria e Fabio invece il basso e canta. Quando ascolti un po di tutto è normale che ti prenda la “fittonata” di fare un gruppo nuovo per suonare musica diversa. Infatti negli anni sono nati altri progetti: alcuni ancora in vita, altri abbandonati. Ci piace tenerci in forma visto che la musica e l’atto stesso di suonare sono per noi veramente qualcosa di più che un semplice passatempo. Non che siamo degli artisti sopraffini dato che siamo tutti degli autodidatti, ma suonare ci aiuta a sfogarci e divertirci…ovviamente un gruppo dev’essere un gruppo, sennò che gruppo è?! Chiaro no? Funeral Marmoori è uno scherzo che ho inventato io. Chi non è più un pischello come me sa che in quel di Firenze il fumo, si l’hashish o altri troiai che spesso sapevano di copertone, paraffina o sapone che compravi per strada, nelle viuzze o in certi giardini di periferia, veniva chiamato “Marmuri”. Ricordo ancora le telefonate in codice fra amici per sapere se c’era disponibilità: ”Pronto, c’è Francesco?”, “Francesco chi?”, ”Marmuri!”, ”Ah si si, c’è anche lui stasera!”. Ecco qua: una bella OO doppia e il gioco è fatto! La parola funeral l’ho aggiunta per fare più Doom.

“The Deer Woman” giunge circa tre anni dopo il precedente “Vol. 1”, e quindi immagino che questi tre anni li abbiate spesi in un lungo periodo di composizione. Quali pensi siano le differenze principali tra il vostro debut e questa nuova uscita? Credi che il suono della band si sia evoluto in qualche modo?

Il Capitano: Più che altro abbiamo avuto vari cambi di bassista e questo ci ha rallentato non poco nella composizione dei brani. Poi, trovata la stabilità e la giusta sintonia, ci siamo messi sotto ad arrangiare i brani già scritti e farne di nuovi. In un tempo non troppo lungo secondo me. Se non ci fossero state tutte queste beghe era pronto già da prima. Il primo disco è il primo disco! E’ come la prima trombata: anche se fatta male è sempre la prima! Sinceramente io in primis volevo fare qualcosa di un po’ diverso dal primo ed alzare un po’ di più la “manopola” del Rock. Va bene il Doom, ma evitiamo però di farci due palle così, ecchecazzo! Poi molti dei riff che ho scritto mi sono venuti fuori così. Ora sia chiaro che il disco l’abbiamo scritto tutti insieme, ognuno apportando il proprio contributo…questo devo dirlo sennò se lo leggono quegli altri, si incazzano. Rispetto al disco precedente c’è un po’ più di consapevolezza di voler fare qualcosa di personale e di non stare a guardare troppo il cartellino. Poi ovvio che di originale non c’è nulla. Si, esatto. Non che con questo voglia sminuire il nostro lavoro, ma oggigiorno il concetto di originalità è un po’ cambiato. Voglio dire che secondo me tutto (o ci siamo quasi) è già stato scritto e quindi sentirai sempre nelle nuovi canzoni echi e spunti dal passato o di qualcun altro, ma io sinceramente non ci vedo nulla di male, anzi se una cosa è fatta bene che male c’è a citarla o a reinterpretarla? Quindi ci importa una sega a noi e suoniamo quello che s’ha voglia di fare.

Ritengo che anche il passaggio sotto una etichetta di spessore come la Minotauro Records sia stato fondamentale per voi. Come siete arrivati ad avere un deal con loro e quali aspettative hanno rimesso nella vostra musica?

Il Capitano: Nulla di romantico, ci siamo conosciuti ad un festival in quel di Mantova dove suonavamo e loro erano presenti con la distro. Hanno sentito la nostra esibizione e hanno comprato il disco. Poi da cosa nasce cosa. Sinceramente non saprei quali aspettative abbiano riposto in noi, ma sicuramente il fatto che abbiamo creduto in noi pubblicando praticamente a scatola chiusa il nostro lavoro ci ha dato fiducia, e credo che in fin dei conti non si faccia poi così pena allora. Poi se si fa il botto, meglio per tutti.

Arrivando a parlare di “The Deer Woman”, la prima cosa che salta all’occhio è di sicuro la copertina, perfetta nel trasmettere quelli che dal mio punto di vista sono i due punti di forza del vostro sound, ovvero delle atmosfere oscure e decadenti, rappresentate dal cimitero sullo sfondo, ottimamente incanalate in un’attitudine di stampo schiettamente Metal, vedi i bicchieri di vino/sangue piazzati in primo piano. Qual’era l’idea originale di questa copertina e come si collega al titolo del disco?

Il Capitano: La copertina è stata pensata e creata da Francesco Menicocci, una grande promessa dell’arte toscana nonché bassista degli Stoner Kebab. “The Deer Woman”, ossia la donna cervo che versa direttamente dal seno (poppe) il suo vino. Il tutto fra le lapidi di quello che sarebbe il Cimitero degli Inglesi di Firenze in versione stilizzata, che a primavera si colora di viola per via dei fiori che crescono spontanei tra le lapidi. Sulla sinistra si può notare il “Drunk Messiah”, personaggio trattato sul disco precedente, in attesa anche lui di ricevere il suo vino. Comunque non volevamo fare una cosa cupa o macabra ma più in linea con i colori del disco, in cui l’alcool è un elemento ben presente e citato.

Come ho scritto in sede di recensione, le fondamenta del vostro suono sono la continua interazione tra la tua chitarra, spesso di chiara estrazione Paul Chain, e le trame di organo e synth di Nadine, dai chiari riferimenti settantiani. Come avviene la costruzione di un vostro brano?

Il Capitano: Io come chitarrista sono cresciuto a pane e Paul Chain, mi mettevo li da ragazzino e suonavo sopra le sue canzoni, quindi è normale che mi sia rimasto qualcosa di lui. Per il discorso organo/tastiera nel Rock, beh che dire? O fai gli Europe o fai roba settantiana. Sinceramente abbiamo optato per la seconda. Le canzoni nascono, credo, come nella maggior parte dei gruppi: qualcuno fa un riff, un altro porta un’idea, chi invece propone un riff diverso e un altro porta da bere.

Le vostre influenze più grandi sono senza alcuna ombra di dubbio i St. Vitus ed i primissimi Death SS/primo Paul Chain solista. Eppure, c’è sempre un retrogusto che porta ancora indietro nel tempo la provenienza del vostro sound. Quali pensi siano i vostri principali punti di riferimento musicali che in qualche modo sono finiti all’interno delle composizioni di “The Deer Woman”?

Il Capitano: Non credo di essere andato più indietro degli anni settanta come retaggio personale. Sicuramente Nadin che suona organo e synth ha chiaramente alle spalle studi classici. Se devo elencare quelli che sono i nostri punti di riferimenti, oltre a quelli che hai già citato, non finiremo più. Ascoltiamo tanta di quella roba diversa che non saprei da dove cominciare. Tanti ci hanno accostato al Prog settantiano, può darsi ci sia un certo spunto. Comunque noi non ci mettiamo a guardare lo scaffale dei dischi, tiriamo giù riff e come sono sono.

Cosa mi puoi dire dei testi di “The Deer Woman”? Anche loro sembrano mettersi a metà strada tra momenti più seri (“Last Sip”) ed altri più cazzoni (“Drunk In Hell), seguendo un po’ il vostro mood musicale. Quale importanza rivestono per voi?

Il Capitano: Stavolta ho voluto dare più importanza ai testi rispetto al disco precedente. Nel senso che non sono storielle ma cose che mi/ci riguardano personalmente e che ho vissuto. Anche se scritte in chiave diversa, le canzoni parlano del quotidiano, di sbronze e di donne che spesso sono accostate ognuna ad alcolici diversi… o ad altri tipi di sballo. Alcuni esempi: “Petronica”, che sarebbe un intruglio fatto con Petrus e Acqua tonica, parla di una breve storia d’amore vissuta al tavolo di un pub bevendo la suddetta bevanda rinfrescante fino ad arrivare al limite del decente. “Drunk in Hell” parla di uno che l’ha preso nel culo dalla vita. Si sbronza per non pensare ma anche per farsi coraggio per uscire da quella situazione. Se ce la farà, avrà vinto ed avrà assunto la consapevolezza della sua mediocrità, altrimenti resterà nel suo inferno. “Deer Woman” ovviamente parla di un’altra storia d’amore, stavolta consumata fra vino e amari (si, quelli da bere). Il malcapitato è preda della donna cervo che lo ammalia col suo fascino: non sa se la ama oppure se è sbronzo, ma in fin dei conti a lui va bene anche così.

I vostri brani sembrano possedere una perfetta attitudine per essere riproposti in sede live. Sulla vostra pagina Facebook ho letto che avete già fatto parecchi live, anche di supporti a nomi importanti come Orange Goblin e Karma To Burn. Come vi trovate a riproporre i vostri brani sul palco? Avete già pianificato qualche data per la promozione di “The Deer Woman”? Ci sarà la possibilità di vedervi a Roma prossimamente?

Il Capitano: Per noi suonare significa in primis esibirsi dal vivo. Non riesco a concepire il concetto di gruppo se poi non posso suonare dal vivo. Cerco di dare sempre il 101% ad ogni esibizione perché mi permette per una volta tanto nella vita di emanciparmi stando sopra ad un palco. Di solito ai nostri concerti mi piace scherzare e far ridere il pubblico. Vogliamo dare un’immagine diversa dal solito gruppo Doom lugubre e serioso, rispecchia di più la nostra personalità. Cerchiamo anche di comporre brani che si adattino bene alla sede live, anche il disco è stato registrato così appunto per dare più enfasi alle canzoni. Per ora per la promozione del disco abbiamo suonato a Firenze e dintorni, una capatina in Svizzera ed abbiamo pure in programma altre date da definire fuori Toscana. Per Roma spero al più presto di tornarci, sia perché ci siamo sempre trovati bene che per il piacere di rivedere vecchi amici che ci mancano non poco. Spero vivamente ci sia l’occasione o la possibilità di organizzare qualcosa. Queste sono comunque le prossime date per ora confermate: il 6 febbraio al Next Emerson (FI), il 27 al Circolo Semifonte di Barberino Val d’Elsa (SI) ed il 27 marzo al Baraonda pub di Formia (LT).

Purtroppo questi ultimi sono stati giorni tristi per chi come noi ama la musica. La morte quasi improvvisa di due mostri sacri come Lemmy e David Bowie è un lutto che ancora duole. Vuoi lasciare un tuo ricordo su questi due grandi musicisti?

Il Capitano: Sapere che uno che avevi creduto immortale come Lemmy se n’è andato ti lascia un po’ il segno, ma il suo ricordo sarà per sempre. Se n’è andato facendo quello che gli pareva fino alla fine. Il bello di fare musica grezza è che ti permette di esibirti anche a 70 anni. Sinceramente non me ne frega di andare a vedere gruppi di gente incartapecorita che quando li ascolti pensi “bravi si, però chissà come sarebbe stato meglio vederli negli anni passati…”. Finito il tuo momento, basta, ma se sei grezzo te ne puoi fregare. Per dire, gli AC/DC non me li andrei a vedere, premesso che costerebbero un capitale, ma i Ratos de Porao anche quando avranno 80 anni me li vedo sempre volentieri. Per Bowie, era un artista unico nel suo genere e si è sempre reinventato negli anni ma oh… alla fine tocca a tutti.

Questa era l’ultima domanda. Grazie ancora per aver accettato questa intervista, e come nostro solito lascio a te l’ultima parola.

Il Capitano: Ci tengo a dire che il disco è dedicato al Grandissimo Carlo Monni, poeta e attore campigiano adottato da Firenze scomparso qualche anno fa. Un personaggio unico e genuino, un uomo vero. Fino alla fine ha vissuto la sua vita facendo quel che gli piaceva fare e poi se n’è andato così. Un artista incredibile che ha lasciato un segno indelebile nel mio cuore. Sei e sarai sempre il più grande di tutti. Go kart!

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