INTERVISTA NERIJ – Nerij

Autore dell’interessante demo Dark Ambient intitolato “Lophophora Williamsii And Monochromatic Perceptions”, Nerij si è rivelato essere anche un ottimo divulgatore della propria musica, non lesinando spiegazioni ed approfondimenti alle nostre domande.

Ciao Nerij, benvenuto sulle pagine virtuali di Hypnos Webzine e grazie per la tua disponibilità a realizzare questa intervista. Senti, per rompere il ghiaccio vorrei subito chiederti il significato relativo al tuo nome, Nerij, che ritengo molto adatto a racchiudere in una sola parola le atmosfere musicali da te generate.

Nerij: Ciao, sono io a ringraziarvi tutti per l’accoglienza e soprattutto per la possibilità d’espressione che mi avete gentilmente offerto. Parto subito col dire che, a differenza di quello che potrebbe apparentemente sembrare, in realtà è tutt’altro che semplice rispondere a questa domanda, ma cercherò di essere il più chiaro possibile, in modo da rendere una vaga idea di ciò che realmente racchiude il nome del mio progetto musicale. Nerij, deriva dal dialetto della mia città natale, Manfredonia, dove il significato di tale parola è “nero”. Seppur io abbia volontariamente non seguito un preciso schema ortografico (affinchè il nome in questione potesse diventare del tutto personale), la sua fonetica resta invariata rispetto al suo utilizzo comune. Questo per quanto riguarda il suo significato da un punto di vista linguistico. Mentre adesso mi appresto a motivare la scelta di tale nome. Nerij… il tutto, il nulla. Un’intima dimensione che ognuno di noi possiede all’interno della sua mente, del proprio corpo, nell’ anima; dove rifugiarsi momentaneamente o nella quale vivere costantemente. Una realtà interiore dove siamo noi e i nostri sensi più reconditi a delineare i contorni. Sempre noi a decidere se è il caso di percorrere un intricato sentiero colmo di taglienti rovi che lasceranno su di noi profonde ferite, o se è preferibile addormentarsi precipitando senza sosta nel buio assoluto. Chiudere gli occhi e tappare le orecchie, ciò che verrà visionato e quello che l’udito farà percepire, non è neanche lontanamente nei pressi dell’anticamera di ciò che rappresenta Nerij; tuttavia esso potrebbe essere un cartello indicante la strada per raggiungere tale universo. Nerij è un mondo fatto per le poche persone che sono ancora capaci di sognare, e che grazie ad una sottospecie di metempsicosi dell’intelletto riescono a rappresentarsi in esso. Io mi occupo solo di trasporre in musica, per quanto mi è possibile, alcune delle sfumature che percepisco quando sono li, nella mente, nel corpo, nell’anima… da qualche parte. Grossolanamente penso di aver dato un’idea di cosa ho voluto rappresentare con questo semplice e banale nome. Mi rendo perfettamente conto che Nerij non è un progetto che possa interessare grandi masse, ed è così che deve essere, sarebbe ridicolo vedere in giro ragazzini che hanno Nerij sul lettore mp3 senza sapere di cosa si stia parlando. Preferisco piuttosto che essi ignorino me e ciò che faccio. E so anche che per certuni tutto ciò descritto in queste righe sia pura follia o più banalmente delle mere cazzate, mentre per altri potrebbe essere interessante confrontarsi con tutto questo, semplicemente ascoltando musica. Questo spiega anche uno dei motivi che attualmente (e suppongo che le cose non cambieranno) mi vedono unico membro di questo progetto, proprio perchè essendo legato ad un discorso del tutto intimo e soggettivo, non è affatto facile se non totalmente possibile, trovare un musicista che condivida almeno in parte tutto ciò; tralasciando che dalle mie parti è già difficile conoscere gente alla quale interessi la musica Ambient in generale. Detto ciò, spero di aver placato qualche curiosità legata al nome del mio progetto musicale.

Il tuo secondo demo da me recensito, “Lophophora Williamsii And Monochromatic Perceptions”, mostra una netta variazione stilistica rispetto al tuo lavoro d’esordio “Fato Ottenebrato Ghermente Anime Inquiete”, che invece era più rivolto verso sonorità tipicamente e classicamente Depressive Metal. Cosa ti ha portato a mettere da parte chitarre e bassi, in favore di tastiere e loop elettronici?

Nerij: Innanzitutto va necessariamente fatta una premessa. “Fato Ottenebrato Ghermente Anime Inquiete” è nato per essere un errore, uno sbaglio dal quale sarebbero poi partiti nuovi rami che avrebbero portato frutti con i lavori successivi. Esso è stato concepito, scritto, registrato e quant’altro in tre-quattro ore, partendo dal nulla. Ma con alle spalle la veemenza del voler ad ogni costo dare vita a ciò che balenava da tempo nella mia mente. Ho sempre voluto avere almeno un progetto musicale al quale dedicarmi, dunque Nerij DOVEVA nascere. La priorità non fu creare un disco che rimanesse nella storia, direi proprio l’antitesi di questo. Mentre il demo prendeva forma, ero pienamente consapevole di cosa stavo creando, anche in termini di qualità. A dire il vero i risultati raggiunti, seppur non degni di nota, mi hanno enormemente sorpreso; io stesso sono stato più spietato di molta altra gente nei confronti del mio disco. Ma ciò nonostante, nel mio piccolo, ho comunque cercato di non essere mai la fotocopia di altri gruppi musicali e, per quanto mi è stato possibile, ho cercato di evitare i canoni stilistici che non sono alla base del Black Metal in generale, e del Depressive Black Metal nella fattispecie. Ma alcuni punti a riguardo sono imprescindibili, altrimenti si sarebbe parlato di altro molto probabilmente. Questo discorso è difficile da gestire in un genere musicale che in qualche modo ti vincola a degli schemi base che non puoi far finta di non conoscere. E che per altro è stato più che portato nella sua massima espressione attraverso il genio indiscutibile di gente del calibro di Scott Conner (per citarne uno). Ho trovato dunque nel Dark Ambient (genere per altro già toccato nella terza traccia del demo) una maggiore libertà da questo punto di vista. Dunque non è stato un discorso di preferenza a livello di strumentazione, o altro legato al lato tangibile e deducibile della questione, ma proprio una necessità di avere un maggior campo d’espressione senza dover essere costretto in qualche modo a toccare molte componenti del genere a cui non puoi venir meno.

Nonostante il Dark Ambient minimale domini completamente il lavoro, tuttavia ho trovato qualche punto di contatto con il Depressive Metal, soprattutto nella traccia conclusiva “Mental Odyssey III: Open Eyes In The Abysmal Nightmare, Where Mental Foundations Are Destained”, dove fantasmi di Xasthur vengono evocati da quei bellissimi suoni ovattati creati in questa traccia. Quali pensi siano i punti di contatto tra questi due generi da me citati e quanto l’esperienza maturata con il tuo demo di esordio sia confluita in questo tuo nuovo lavoro?

Nerij: Penso che la principale analogia tra Depressive Black Metal e Dark Ambient nel mio ultimo lavoro, sia il fatto che comunque ho toccato degli aspetti della figura umana. Nel senso che se nel mio primo demo il tema centrale fosse stato l’escatologia e nel mio secondo lavoro la guerra, i punti di contatto sarebbero stati ben pochi per quanto mi riguarda. Diversamente, avendo trattato temi comunque legati a particolari stati d’animo umani, c’è sempre un legame a tenerli uniti. Parlando di punti di contatto tra i due generi al di fuori di Nerij, direi che sono entrambi generi musicali la cui base è all’unisono scaturita da un qualcosa di emotivo e sensibile che riguarda l’artista stesso. Ovviamente ci sono casi dove questo non avviene, dipende, ma certamente non vedo calzante la politica come tema centrale per questi due generi tanto per fare un esempio; per questo tipo di tematiche ci sono ben altri generi musicali altrettanto validi. Per quanto riguarda l’esperienza maturata va detto che c’è un abisso a separare un lavoro concepito in breve tempo e un altro lavoro maturato in mesi e mesi di dedizione. Tuttavia una cosa è certa, come dicevo prima se non avessi avuto modo di sbagliare antecedentemente, non sarei stato capace di migliorare e soprattutto di capire in cosa migliorare. Ci sono stati momenti in cui sono stato scettico anche sul mio secondo lavoro… ma quando una moltitudine di persone ti dice che il disco è effettivamente gradevole, allora qualcosa è andata per il meglio, c’è stato un miglioramento indiscutibile e anche se per propria etica volessi negarmi questo, non sarebbe possibile. Logicamente è lapalissiano sottolineare che c’è ancora tanto da migliorare, e su questo non ci piove. Invece per quanto riguarda i suoni ovattati di cui parlavi, c’è da dire che non sono mai stato un amante del suono del tutto limpido o comunque acuto; prediligo da sempre una passione per suoni morbidi e claustrofobici, opprimenti e lenti che dissipano l’ascoltatore.

Personalmente non sono un grande esperto di musica ambient e/o elettronica, sebbene mi piaccia spesso cimentarmi ed immergermi in dischi del genere. In modo da poter comprendere ed apprezzare maggiormente la tua musica, quali sono quelle che tu credi essere le tue principali fonti di ispirazione musicali? C’è qualche band o artista che più di tutti è stato da guida per creare il suono di “Lophophora Williamsii And Monochromatic Perceptions”?

Nerij: Partendo dall’inizio, ho sempre tenuto conto di una cosa: MAI ascoltare musica quando si sta componendo e concependo un proprio disco. Implicitamente l’ascolto di musica altrui influenza ciò che si sta facendo, anche se non ce ne accorgiamo. Per lo meno a me succede così. Ad esempio ricordo di un giorno nel quale riascoltai svariate volte “An Eternal Kingdom Of Fire” (ndr: brano dei Judas Iscariot tratto dall’album “Heaven In Flames”), e ciò che riuscii a suonare quello stesso giorno era una pappa trita e ritrita che ricordava vagamente un qualcosa di simile a quel grande capolavoro. Per me questo non va bene, perciò ho dedotto quanto detto poc’anzi. Niente musica quando lavoro a qualcosa di mio. In ogni caso non sono mai stato soggetto a vere e proprie influenze musicali, diciamo così, dirette. Certamente ci sono artisti che hanno creato dischi che adoro e che mi hanno fatto da maestri da un punto di vista ideativo nell’elaborazione di un tipo di suoni piuttosto che altri normalmente utilizzati. Ad esempio un disco che mi ha davvero interessato nello stretto periodo in cui ho creato il mio primo lavoro è stato il demo “Frightening And Gruesome Visions”, rilasciato dal progetto nostrano Mortal Self-Inflicted Substance. Ancor prima ho avuto modo di ascoltare “Starscape” e “Primordial Resonance” di Gustaf Hildebrand. A favore di ciò di cui parlavo, ovvero del capire su quali tipi di suoni sperimentare, hanno contribuito indiscutibilmente altre realtà musicali, quali ad esempio The Angelic Process, Earth, Nadja, Isis, Sunn O))), indubbiamente qualcosa delle LLN e non meno Xasthur, Nortt e via discorrendo, senza citare gruppi altrettanto imprescindibili.

Il titolo del demo, ma anche le stesse singole tracce, fanno chiaro riferimento alle esperienze extra-sensoriali e/o metafisiche provate dagli sciamamani del Nuovo Mondo in seguito all’assunzione del famosissimo Peyote. C’è qualcosa di vissuto nella scelta di questo tema di base o è più semplicemente dovuto ad un tuo particolare interesse per questo tipo di argomento?

Nerij: A dire il vero ho sempre nutrito grande rispetto ed interesse per ciò che riguarda la mente umana in generale e tutte le varie discipline che nel corso della storia l’hanno sviscerata per approfondirne i vari aspetti. Difatti, quando sono concentrato in me stesso in quel luogo oscuro ed indefinito che rappresenta l’essenza di Nerij, sono molteplici le sfumature legate a tali discipline che poi mi accingo a tramutare in musica per quanto vi riesca. Ho trovato nella Lophophora Williamsii un parallelismo con la filosofia di Nerij, ovverosia l’agevolazione nell’esplorare se stessi. Diciamo che uno psiconauta, ad esempio, fa un po’ quello che faccio io quando si serve di questa pianta. Solamente che egli ha visioni non accostabili a ciò che in verità racchiude il mio progetto musicale, dato che spesso si parla di colori caleidoscopici o comunque di un qualcosa che non è proprio comune al buio, al vuoto. Così ho voluto riscrivere (logicamente in modo figurato) le conseguenze di questo metodo di auto-esplorazione in una chiave meno eterea e che si sposasse perfettamente con Nerij. Un’odissea mentale nata da una non consuetudinaria degenerazione degli effetti del Peyote. Tra l’altro, non avendo mai utilizzato sostanze stupefacenti, non potevo conoscere nel dettaglio tutto ciò che c’è dietro una simile esperienza, così mi sono servito di accurate descrizioni fatte dagli stessi psiconauti di mia conoscenza, che hanno trovato bizzarra ed allo stesso tempo interessante questa mia rilettura in musica di tali esperienze. Dunque mi ritengo fortunato perché dopotutto, da questo punto di vista, suppongo non mi sia fatto mancare nulla pur non essendo stato protagonista in prima persona.

Ci potresti descrivere meglio l'”odissea mentale” evocata nel tuo lavoro? Quali sono i punti chiave che hai voluto rappresentare nelle tre tracce presenti nel demo?

Nerij: Non vedo perchè no, cercherò di sottolineare passo dopo passo alcuni concetti. Ciò che riguarda la prima traccia ha a che vedere con una sorta di necessità di approfondire una determinata capacità della propria persona attraverso l’assimilazione di nuove energie emanate da qualcuno che ha qualcosa in comune con l’interessato, ma una conoscenza nel campo che va ben oltre rispetto alla sua e a quella che si può trovare nel quotidiano. Basti pensare ad uno scrittore moderno di romanzi di genere gotico che per un ipotetico caso fortuito possa avere un incontro con Edgar Allan Poe. Non potrebbe esservi occasione migliore per approfondire e perfezionare tutti gli aspetti che lo legano a quel determinato argomento. Tale argomento nel nostro caso è l’auto-esplorazione di se stessi e dunque la psiconautica in generale. Suppongo che nessuno, neanche lo psiconauta più sicuro di sé, si priverebbe del lusso di ampliare le proprie metodologie di auto-esplorazione mediante un incontro con una figura come può essere quella dello sciamano. Nella seconda traccia vi è una situazione differente, riconducibile ad un qualcosa che pensavamo di conoscere e poter in qualche modo gestire facilmente, qualcosa di familiare, ma della quale in realtà si sa ben poco; e così tutto va per il verso sbagliato. Le cose si complicano lasciandoci inerti ad affrontare un destino di cui dopo tutto siamo artefici. Così siamo costretti a vivere un’esperienza che ormai non ci appartiene più, terrificante inquanto sconosciuta, gli interminabili secondi che diventano minuti e questi ultimi che scavalcano la gerarchia temporale prendendo il posto delle ore. Una lenta e ansimante caduta in un vortice senza ritorno. Ma è solo nella traccia finale che c’è un lieve cenno di risveglio, un’evasione da una dimensione che in realtà dimorava solo nella propria testa. Ma aprendo gli occhi da un interminabile e oscuro delirio, ci accorgiamo che in realtà il vero incubo inizia solo adesso, nella vita reale. Le persone a te care non ti degnano più di uno sguardo, le tue convinzioni sono ormai futili inquanto inapplicabili nella vita di una persona che non è più la stessa. Ed è così che tutto crolla, tutto sprofonda ed il nero divora tutto. Solo in quel momento si proverà rimpianto per non essere rimasti nella fase antecedente, quella dove dopotutto ti sentivi vivo seppur terrorizzato. Tutto quello appena descritto potrebbe concatenarsi all’infinito, trovando piena analogia con quello che dopotutto rappresenta la Lophophora Williamsii, ovvero una sostanza stupefacente. Pensiamo ad un tossicodipendente: spesse volte inizia a drogarsi per provare qualcosa di nuovo, dopo averlo fatto fa di tutto per uscirne, e dopo esserne uscito rimpiange il tempo in cui si faceva perché la società in cui vive l’ha ormai denigrato ed abbandonato (almeno la parte più grande di essa), così ricomincia tutto da capo. Il tutto è una vera e propria odissea mentale senza fine, sognando un ritorno alla normalità che non avverrà mai.

In che modo hai concepito e realizzato le atmosfere di questo “Lophophora Williamsii And Monochromatic Perceptions”? Che tipo di strumentazione hai utilizzato per la registrazione di questo demo?

Nerij: Quello che posso affermare è che, genere musicale a parte, avendo usato per le tematiche una chiave dai contorni bui, soporiferi e che danno l’idea di un qualcosa di talmente pachidermico da non poterne delineare i contorni, non ho potuto (e come dicevo domande addietro, soprattutto non ho voluto) servirmi di suoni acuti, limpidi, da scenario incantato ove regna la quiete assoluta ed i folletti si divertono beati a deridere i passanti da dietro i cespugli. Sarebbe stato un contrasto insopportabile oltre che totalmente inappropriato. Ragion per cui ho uniformato le tematiche a sonorità austere, senza barlumi di luce e il risultato mi è subito garbato, anche se col senno di poi, torno a dire che ho avuto lievi cenni di scetticismo a riguardo, ma siamo ben lontani dalla consapevolezza d’errore di “Fato Ottenebrato Ghermente Anime Inquiete”. Per quanto riguarda la strumentazione… che dire, suono e compongo con mezzi di fortuna, la maggior parte di essi è digitale e occhei, ma se vogliamo il vero punto debole è che ho un computer datato, e dunque non molto efficiente. Ma a me sta bene così, non ho bisogno di strumenti di alta liuteria dove i soli potenziometri o piroli o quel che sia, hanno un costo di oltre mille euro (esagerando volutamente). Per il mio secondo lavoro ho utilizzato anche un sintetizzatore di fascia medio-alta per alcune parti, su gentile concessione di un amico. Poi, dopo tutto, l’Ambient è un genere musicale generoso da questo punto di vista, se si volesse essere proprio estremisti e minimalisti, basterebbe un comune registratore e qualche programma di editing del suono, piuttosto che una strumentazione articolata, programmi professionali e quant’altro. Il mio pensiero da un punto di vista tecnico è legato all’umiltà e all’essenzialismo; c’è però da dire anche che indiscutibilmente maggiore è la qualità (e talvolta la quantità) della strumentazione, migliore sarà il risultato ottenuto, su questo non ci piove, bisogna ammetterlo. Occorre essere obiettivi con se stessi e capire di cosa si ha effettivamente bisogno, anche per un concetto di capacità, cioè non sono un professionista, non vedo perchè dovrei necessariamente utilizzare strumenti adatti ad un livello di quel tipo, e poi, quando esce un mio lavoro, sono io il primo ad essere consapevole che non concorro per l’oro. Mentre per la parte riguardante le atmosfere in sé, tutto parte da un meccanismo di questo tipo: dietro tutto, c’è una base che tiene saldamente legate a sé le varie stratificazioni sonore, e per essa le geometrie dei suoni utilizzate nel Funeral Doom Metal (o meglio da alcuni gruppi che suonano questo genere che adoro), sono imprescindibili; poi c’è un ampliamento da un punto di vista dell’effettistica, ed in fine una buona dose di improvvisazione. Grossomodo avviene questo, poi dipende da cosa voglio utilizzare e come, cosa mettere prima e cosa dopo, se è il caso di utilizzare qualche suono esterno a quelli già in lavorazione, e via discorrendo. E come tocco finale ma non meno importante riesco a divertirmi ed essere appagato nel fare tutto ciò.

Per il prossimo futuro hai già programmato nuove uscite discografiche (split, demo, ecc…)? In che si evolverà la musica di Nerij? Ritieni possibile un ricorso a sonorità elettriche più convenzionali?

Nerij: A dire il vero grazie all’ultimo disco sono riuscito ad ottenere delle attenzioni da alcune etichette, e visto che sarebbe già dovuta uscire una demo nel mese di agosto, direi proprio che c’è da aspettarsi quanto meno un terzo rilascio da Nerij. Poi dipende da come si metteranno le cose, ad esempio la demo di cui parlavo è saltata perchè ho avuto dei problemi tecnici con il computer che per forza di cose è essenziale come potrai immaginare, e lo stesso dicasi per uno split, saltato anch’esso. Ma c’è sempre tempo per riprendere le redini in mano e proseguire, com’è appunto successo. Così attualmente sto lavorando su nuovo materiale, e vorrei anche avviare almeno un altro progetto parallelo a Nerij, insomma di prospettive per il futuro ce ne sono abbastanza direi. Parlando poi dell’evoluzione che potrà subire la mia musica, direi che è prematuro parlarne adesso, perché come ho già detto dipende da cosa saprà influenzarmi positivamente o negativamente nel periodo pre-composizione, e per capirlo ho bisogno di psicoanalizzarmi in quel momento. Quando sarò in quella dimensione che ho chiamato Nerij, dove il nero rappresenta tutto ciò che è definito e tangibile o un indefinibile nulla, solo allora potrò rispondere, non prima. Tuttavia ammetto che non mi dispiacerebbe sperimentare qualcosa che abbia un lato elettronico più marcato, ma vedremo come evolveranno le cose.

Questa era l’ultima domanda, lascio a te piena libertà di concluderla come meglio credi.

Nerij: Che dire, è stato davvero un grande piacere poter chiacchierare con te anche se solo virtualmente; ho trovato le domande che mi hai posto ben costruite, ben mirate e soprattutto utili a chi, attraverso queste righe, vorrà comprendere meglio cosa si cela dietro il nome Nerij e nel disco in questione. Vi faccio i miei più grandi complimenti ed auguri per il lavoro che svolgete, ritengo che sia davvero molto importante ciò che fate, sul serio. Spero di tornare presto sulle vostre pagine con nuove argomentazioni e canzoni da proporvi. Grazie per avermi dedicato parte del vostro prezioso tempo, un saluto a te e a tutto lo staff.

Autore: KarmaKosmiK

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.