INTERVISTA SOLITVDO – D.M.

“Immerso In Un Bosco Di Querce” era stato un fulmine a ciel sereno nel panorama dell’Atmospheric Black italiano. Ora, il progetto Solitvdo torna sulle scene con il nuovo “Hieràrkhes”, un lavoro che mostra un lato musicale più scarno rispetto al passato, ma decisamente più complesso per quanto riguarda la parte lirica. A chiarire ed esplicitare tutto il concept lirico di questo nuovo album ci pensa il mastermind D.M., che si dimostra ancora una volta estremamente loquace nell’andare nei meandri più nascosti dell’universo Solitvdo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao DM! Bentornato qui su Hypnos Webzine! Sono davvero contento che tu abbia accettato una nuova intervista con la nostra webzine. “Hieràrkhes” è uscito ormai da qualche mese e, dai molteplici ascolti che ho fatto per scriverne la recensione, mi sembra che tu sia riuscito a bissare l’ottimo esordio di “Immerso In Un Bosco Di Querce”. Hai ricevuti i primi feedback sul lavoro? Sei soddisfatto di come è uscito questo tuo secondo full-lenght?

D.M.: Ciao KarmaKosmik, è un piacere per me ricevere le tue domande, sempre molto interessanti e stimolanti. Rispondendo alla tua prima domanda, non ho la più pallida idea di come il disco sia stato recensito o valutato, quali siano pertanto i feedback generali relativi ad esso. Mi interessa esclusivamente il parere di quelle poche persone che conoscono il concept dietro a Solitvdo e che, in questo caso, hanno apprezzato la proposta musicale e concettuale di “Hieràrkhes”. Per quel che riguarda il mio parere sul risultato finale, sono una persona che non si accontenta tanto facilmente, specie del proprio operato, essendo propenso quasi sempre all’autocritica (costruttiva, non demoralizzante), perciò certamente avrei potuto migliorare tanti aspetti del disco, dal mix alla scelta dei suoni, alle grafiche e cosi via. Diciamo che son soddisfatto a metà, come sempre.

La cosa che mi ha stupito sin da subito di questo tuo nuovo lavoro è la copertina. Infatti, con questo elemento metti subito in chiaro come storia e cultura dell’Antica Roma permeino totalmente l’album. Sebbene anche nel debutto “Immerso In Un Bosco Di Querce” mostravi di avere uno sguardo nostalgico verso il passato, non credevo trovassi in questo argomento qualcosa che ti fosse affine. Vorrei perciò sapere che cosa ti ha fatto scattare questo interesse verso questo grande impero del passato.

D.M.: Son contento che questa domanda mi venga posta in apertura, perchéè credo si sia creato a tal riguardo un disguido enorme che ritengo debba essere chiarito quanto prima. Fondamentalmente, il disco non si rifà assolutamente alla “storiografia” romana e neppure riprende i tratti definibili “culturali” di questa epoca. S’è creata un’incomprensione a monte con la Naturmacht che ha poi portato ad una errata descrizione del concept a base del lavoro e pertanto ad una errata presentazione di quello che “Hieràrkhes” rappresenta. Il disco non è una visione o descrizione, come fossi un novello Alberto Angela, dei tempi di Roma, non tratta la romanità come elemento prettamente storico o storicizzato, immesso nel tempo-spazio e quindi, come dici tu, parte di un “passato” da rievocare. Quello che “Hieràrkhes”, ma Solitvdo più in generale, rappresenta, a livello lirico e non soltanto, è la Romanità nel suo lato “Metafisico”, la Spiritualità che fa da fondamenta di Roma, il Fuoco Sacro che informa l’Uomo di Roma, il Pater, il Vir. Non è dunque una affinità con “l’Antica Roma” come epoca o epopea storica, ma un’affinità con tutto ciò che è rappresentazione di quel Sole, o Polo, che è al centro del Cosmo e che Roma, in primis la Roma Augustea e Imperiale, è stata capace di materializzare, manifestare per un intero ciclo. E’ da qui che si sviluppa e s’irradia l’intero concept di “Hieràrkhes”, ossia la valorizzazione che ebbero l’aspetto Virile e Aristocratico dell’Essere di Roma, del Mito di Roma, colonne portanti del suo Imperium e gerarchicamente predisposti in maniera che fosse la Sommità a generare il potere, anzi la Potenza, e non viceversa. In altri termini, per essere più concisi e precisi, ci si rifà a Roma (e quindi ai suoi simboli e ai suoi miti) in quanto manifestazione tangibile e materializzata di quella Tradizione Unica e Sola, che è il vero “interesse” e basamento di Solitvdo.

L’aquila della copertina è anche un diretto richiamo al testo di “Aristokratia” (Alza in ciel lo sguardo, ecco l’aquila dorata / Guiderà il tuo percorso, verso la cima più elevata / Nella sommità dell’essere, scoprirai la tua dimora), in cui questo rapace diventa un simbolo di elevazione interiore. A quale mito fai riferimento?

D.M.: Non c’è qui in realtà alcun riferimento a miti o leggende particolari, quanto piuttosto (come spiegato poc’anzi) un utilizzo simbolico, in questo caso dell’aquila, che è stato il più costante e immutato nelle varie manifestazioni della Tradizione, rappresentante il carattere Olimpico e Eroico di questa. E’ pertanto chiaro che, nel passo di testo da te citato, l’aquila svolge il compito di guida verso l’elevazione di Sé, ma non in veste di banale “cicerone”, quanto come segno primario, primo simbolo visibile per chi voglia incamminarsi in quel percorso che presuppone, nell’elevazione interiore, il distacco dagli elementi, dallo stadio materiale e terreno e che conduce, alla fine, alla sommità dell’Essere, all’Unità con e nel Divino. E’ quindi una valida rappresentazione simbolica sia di quell’aspetto Aristocratico di elevazione e disciplina interiore, sia del Potere Olimpico che dall’alto informa la vita e la sua gerarchica manifestazione.

Un altro passaggio di questa testo recita “Fissando gli occhi di tuo padre, scorgi un sacro ardore”. E’ un passaggio che mi lascia un po’ perplesso. Infatti, dal mio punto di vista, parrebbe che l’unica via per migliorare se stessi sia l’identificazione con il padre, una cosa che francamente non condivido molto. Tuttavia, è pur vero che se riferito all’Antica Roma, il culto degli avi e della propria gens era oltremodo importante. Per questo ti vorrei chiedere di darci il tuo punto di vista su questo passaggio, anche in relazione alla mia analisi.

D.M.: Il Padre qui descritto non è il nostro “genitor”, colui che ci ha materialmente creati, colui che ha vissuto prima di noi, ma, rifacendosi al discorso precedente, è l’Unità Divina formatrice; è pertanto importante quì ricollegarsi al testo prima citato, perché in questo passo il “fissare gli occhi di nostro Padre” presuppone l’arrivo, la fine trionfale di quella “scalata” o elevazione verso la “cima” e la susseguente scoperta e incontro con il Divino, con cui è possibile infine porsi “faccia a faccia” e da esso ricevere quell’Ardore che, come Fuoco Sacro, infonde vita divina nelle nostre vene, rendendoci più che uomini, “Aristos”.

Anche “Hierarkhes” ha un testo che potrebbe in apparenza sembra controverso. Il distinguo tra l’aquila ed il verme (“Non della stessa razza, sono aquila ed il verme / Ché di una il ciel è dimora, tra i raggi del sole / Dell’altro della terra, ha fatto il suo elemento / Nel sottosuolo, strisciante nell’ombra”) potrebbe facilmente generare errate interpretazioni di supremazia razziale di stampo nazista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, mi sembra chiaro che se riferito al concept teorico del disco, è un’ ulteriore descrizione del fine ultimo relativo alla propria crescita interiore vista in “Aristokratia”, nella quale il verme è l’alternativa a questo percorso virtuoso (“Il verme pretende d’aver per diritto il suo trono / Come Titano domina tra le acque e la terra”) C’è qualcosa che vuoi aggiungere a questa mia interpretazione?

D.M.: L’interpretazione che hai dato è in generale corretta, però è opportuno fare alcune precisazioni. Il distinguo che faccio è sicuramente simbolico, in tutti i testi è presente una dualità che, è bene chiarire, non è una lotta tra bene e male come potrebbe esserlo in un discorso moraleggiante, quanto un discorso, direi etico, tra “vita” e “più che vita”. Da una parte v’è chi vive trascinato dal fato, travolto dai fatti e succube del divenire che incombe; dall’altra v’è chi accetta la “Fides” come agente formatrice di quell’Etica e quella Fedeltà che esorta, spinge ad affrontare il fato, esser fautore del proprio Destino ed affrontare la Fortuna come dono dei Numi. In altri termini, per chiarire ancor più il concetto, il verme simboleggia ciò che è l’uomo moderno e non solo, l’uomo che vive materialmente la sua esistenza, il cui carattere principale è il fare e agire secondo il biologico progredire della vita terrena, guidato dall’istintualità e dai sentimentalismi. Al contrario, l’aquila, come detto prima, rappresenta chiunque voglia andare oltre l’esistenza animale, chi voglia elevare il suo Essere oltre la mera vita terrena e congiungersi al Divino. Tale concetto è espresso e marcato ulteriormente tramite l’utilizzo del mito che vedeva contrapporsi i Titani agli Dei e che tu hai giustamente citato a fine domanda. In tal caso l’aquila, animale sacro a Giove e quindi rappresentante il Divino nella sua accezione più alta, cioè la spiritualità di carattere uranico che Genera dall’alto, è contrapposta al verme che, come nel mito, si associa al titano ribelle, colui che vuole impadronirsi di questo Potere, usurpando il trono di Giove, rappresentante l’aspetto ctonio di quella spiritualità decadente e decaduta che si arroga il titolo egemone di Creatore e Dominatore. In questa dualità, che è parte dell’essere umano, chi è “di razza” riesce a scindere ed eliminare questo aspetto spurio, titanico, ctonio della propria spiritualità per rivolgere il proprio Sé verso gli elementi uranici e olimpici che soli possono elevare la nostra esistenza verso qualcosa che è, come detto a inizio risposta, “più che vita”. E’ evidente pertanto esserci un distinguo gerarchico tra i due stati, che pone uno al di sopra dell’altro, rimarcante quindi quei concetti di “superiorità” e “inferiorità” che, se associati poi a termini come “razza”, possono facilmente suscitare facili allarmismi o isteria. In questo caso, tuttavia, “l’esser di razza” implica non tanto una supremazia di tipo prettamente biologico/zoologico, quanto il riconoscersi nella stirpe che è stata fondamento e promanatrice di questa “via eroica” dell’esistenza. Ovviamente l’opinione generalista e generalizzata, ancorata a tutti quei dogmi quali “globalismo”, “democrazia”, “politicamente corretto” e via dicendo, mai riuscirà a comprendere questi concetti, il che in realtà, per dirla tutta, può rivelarsi un piacevole deterrente, un ottimo mezzo per la “scrematura” dei più, visto e considerato che Solitvdo non vuole sicuramente basare il suo prosieguo sul consenso popolare o sul “numero di fruitori musicali” collezionati.

“Il Silenzio” è invece il testo che più si ricollega come tema lirico a “Immerso In Un Bosco Di Querce”, con la natura come centro di tutto. In questo passaggio (Tutto ciò ch’è della terra ad essa ritorna / Poiché senza una fine nulla rinasce / L’uomo che eterno ripete il suo ciclo vitale), ritorni in parte su temi già affrontati in brani come “Nella Solitudine Il Divino”, ma anche su quel che avevi detto nella nostra precedente chiacchierata dove avevi affermato che “l’uomo E’ natura, la natura E’ l’uomo”. In che modo questo brano si connette al resto dal punto di vista lirico?

D.M.: No, credo di dover un attimo correggere il tiro, giusto per meglio spiegare cosa s’intenda con il termine “natura” e quindi chiarire anche la lettura del testo che hai appena riportato. La Natura non è il “centro di tutto”; è, essa, una componente del Cosmo, una parte integrale ed essenziale dell’Uomo come elemento di quest’Ordine o Microcosmo, ma è sbagliato dichiararla o ritenerla “parte centrale” dell’esistenza o, peggio ancora, del Tutto, essendo piuttosto una semplice manifestazione di quell’Apice che le è superiore. Come ho detto anche nella passata intervista, è sbagliato credere o vedere nella natura quell’unica e superiore divinità dell’Essere; è necessario invece chiarire come essa, se presa soprattutto nella sua accezione spirituale, risulti la massima espressione di quel Divenire, contrapposto all’Essere citato, che tende ad ancorare l’Uomo alla vita terrena e al susseguirsi dei suoi cicli, evidenziando quindi una spiritualità più vicina a divinità ctonie e decadenti rispetto ad una spiritualità, superiore, che si rivolge al mondo uranico e solare. Il testo di questa canzone, pertanto, basandosi su tal principio, è totalmente inserito nel concept di “Hieràrkhes” e non si distanzia tanto da quel che, come dici giustamente tu, è stato già trattato anche nel precedente full; il fulcro è qui il rapporto esistente tra l’Essere e il Divenire, l’Eterno ed il Tempo. Qui viene trattata la finalità, la conclusione cui aspira chi supera il ciclo dell’esistenza terrena, il Samsàra, raggiungendo trionfalmente quella vetta che è Punto Essenziale d’ogni origine e fine; tale raggiungimento è espresso chiaramente anche in un passo del Kalachakratantra e focalizza perfettamente l’intero concetto lirico che sta alla base del disco: ” …quando i piani naturali son stati lasciati e i piani divini sono visibili, allora io vedo Tutto, o Grande Re, allora non v’è più alcunché che non sia sempre visto.” una volta raggiunta la Sommità, ovunque si volga lo sguardo questo sarà capace di scorgere e Vedere, quindi vivrà e godrà della Presenza Divina come un unica cosa. Per concludere, nel passo di testo da te citato, mancano le ultime strofe che chiariscono il concetto che si voleva esprimere; “L’uomo che eterno ripete il suo ciclo vitale / troppe forme assume nel suo peregrinare / nessuno rimane in se stesso come unico essere / in molti riprende altri ritmi e altre forme”. In sostanza, se appunto ci si basa sulla semplice vita terrena e a quella visione naturalistica dell’esistenza, sarem schiavi del ripetersi del ciclo vitale e quindi, incapaci di superare il mondo dei ritmi e delle forme, fagocitati dal suo costante cambiar forma e impossibilitati da questo a trovare in tal modo la via dell’Essere.

Mi spiegheresti il senso di questo verso, sempre tratto da “Il Silenzio”: “Eterno è il sol lampo, ipostasi dell’istante punto statico che unisce i tempi”. Infatti, mentre nei versi precedenti descrivi il continuo mutare del ciclo della vita, qui invece si parla di un qualcosa fisso nel tempo, ma non sono riuscito a coglierne completamente il senso.

D.M.: Questa domanda e la sua relativa risposta si ricollegano ovviamente a quel che ho poc’anzi esposto. Se il Divenire, la ciclicità della esistenza è di per se continua, fluida, il famoso Phanta Rei eracliteo per intenderci, secondo cui non ci si bagna mai i piedi nello stesso fiume perché le sue acque fluiscono, esso è comunque parte di un Istante, che è l’Essere. Gli ossimori da me usati servono proprio a precisare questa dualità/non-dualità che c’è tra di essi; un lampo non può esser Eterno perché esso è Istantaneo, ma è proprio questo “Ora” (il Khana buddhista) che in realtà genera senza sosta, rimanendo tuttavia completamente Immoto, Statico, senza un passato o un futuro, creatore anzi di questo trascorrere. Un esempio chiarificatore per meglio comprendere questo concetto potrebbe esser quello dell’arciere; egli, tramite l’arco, scocca la propria freccia che, superati i vari ostacoli, va a colpire, a centrare anzi, il proprio bersaglio perché è già divenuto esso. L’arciere è qui la metafora di chi voglia “liberarsi” da questo Divenire (yogin) e, attraverso disciplina, concentrazione e posizione esatta (Yoga), scoccata la freccia (il proprio Sè) raggiunge il centro del bersaglio (Brahma) diventandone parte. In realtà egli, nonostante tutto il suo agire, è già parte di questo tutt’uno e nell’istante dello scoccar la freccia, anzi, nell’istante in cui “ferma il fluire dei tempi” egli diventa subito parte di quell’Essere, ossia il Brahma, che è per l’appunto Eterno. Pertanto il suo Agire era già parte di quell’Istante. Ovviamente, trattare questi argomenti in questa sede è cosa impossibile, visto il contesto. Spero di aver in minima parte chiarito il concetto.

Cambiando argomento, ho visto che l’anno scorso hai pubblicato uno split a tre con Infamous e Warnungstraum, registrando due brani (“Chalybs” e “Il Tacere Che E’ Voce”). Non avendolo ascoltato, ti volevo chiedere musicalmente e liricamente come si pongono rispetto a “Hieràrkhes” e a “Immerso In Un Bosco Di Querce”.

D.M.: Non saprei darti una risposta ben precisa. Credo che il percorso di Solitvdo sia focalizzato su uno stile preciso, ma le dinamiche, i mezzi con cui questo “stile” vengono portati avanti o eseguiti cambiano con il passare del tempo. Sicuramente il fatto di aver suonato una batteria acustica in e da questo split, invece che affidarmi alla drum-machine come nel primo lavoro, ha migliorato l’impatto e la dinamica dei vari pezzi, rendendoli più aggressivi e meno “ragionati”. A livello lirico non c’è alcuna modifica particolare, essendo, ripeto, Solitvdo, totalmente focalizzato su un definito e chiaro Principio. In definitiva, credo siano, queste due canzoni, la giusta prosecuzione e anello di congiunzione tra il primo full length ed il secondo, nonostante questo non sia ovviamente voluto. Direi logico proceder del sistema compositivo.

Una domanda piuttosto stupida, in passato ho conosciuto diversi gruppi sardi e gran parte di loro erano giustamente interessati alla storia ed al folklore di questa meravigliosa terra. Hai mai pensato di approfondire tale tema in futuro?

D.M.: No, il folklore sardo (perché ormai solamente di questo si tratta) non suscita alcun interesse nel sottoscritto. La Sardegna ha perso da tempo la componente sacrale della sua tradizione per coltivare quegli aspetti spuri e profani che possiamo ormai definire solo superstizioni. Oggi a sopravvivere di quel vecchio culto non restano che innumerevoli siti archeologici, affascinanti sicuramente, ma ormai muti e incomprensibili per i più, divenuti banali mete per turisti o, peggio ancora, simboli sardi di un “qualcosa” che in realtà essi non rappresentavano. Solitvdo, come ho già avuto modo di dire, non si interessa dei particolarismi o delle manifestazioni secondarie di quel che si può definire Tradizione, esso focalizza la propria attenzione sul Principio Formante, cioè l’Idea che va oltre gli egoismi o “indipendentismi” regionali e che non risiede certo in banali riproposizioni folkloristiche che, per di più, denotano quasi sempre un deprimente campanilismo di fondo, incompatibile con il discorso qui fatto. Solitvdo intende rivolgersi ad un unico, singolo Uomo d’Europa, ad un unico, singolo Uomo Differenziato in questa epoca decadente. Detto ciò, a volere esser onesti, è comunque innegabile come l’esser io sardo e l’esser cresciuto e vissuto in quest’isola abbia avuto e continui ad avere un suo peso specifico anche per Solitvdo. Non sicuramente con il folklore sardo o le sue derive, come detto prima, quanto per le sue “particolarità natuali”; per chi voglia isolarsi in quest’isola, è ancora possibile trovare spazi in cui dimora il silenzio e la relativa solitudine, rimandi ovviamente chiari soprattutto al moniker del progetto e inoltre, a tutte quelle idee e ispirazioni musicali che lo stare in tali posti han suscitato.

Questa era l’ultima domanda. Ti ringrazio molto per la tua disponibilità. Sei libero di chiudere l’intervista nella maniera che preferisci.

D.M.: Sono io che devo ringraziarti per il tuo costante interesse e per le tue interessanti domande. Non ho altro da aggiungere se non rimandare alla mia pagina Bandcamp chi fosse interessato ad ascoltare il progetto.

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