INTERVISTA TERRA DEEP – Matthew Edwards

Trattandosi di una delle migliori uscite dello scorso anno, per noi di Hypnos Webzine era veramente impossibile non approfondire di più la conoscenza del progetto Terra Deep e di “Part Of This World, Part Of Another”. Ecco quello che ci ha raccontato Matthew Edwards, il mastermind di questa interessantissima realtà.

Ciao Matthew e benvenuto su Hypnos Webzine! Prima di parlare del tuo ultimo album vorrei fare un passo indietro a quando hai dato vita a Terra Deep. Perché hai sentito il bisogno di creare questo progetto e quali erano le tue aspettative in quel momento? C’è un motivo preciso che ti ha fatto scegliere questo monicker?

Matthew Edwards: Avevo diciassette anni quando ho creato Terra Deep. Il nome non ha un significato particolare, mi piaceva come suonava e come era scritto. Non avevo idea di quel che mi riservava il futuro, sapevo solo che volevo comporre musica in grado di dar vita alle immagini che avevo in testa. Amavo gli album in cui puoi veramente perderti, che sono come un viaggio e che possono evocare in modo vivido l’immaginazione. Mi piaceva la musica capace di emozionarmi e volevo quindi creare io stesso qualcosa in grado di dare le stesse emozioni agli altri. Il massimo sarebbe che qualcuno, ascoltando uno dei miei pezzi, riuscisse a sentirsi, anche soltanto per un istante, come mi sentivo io mentre lo stavo scrivendo. Quando ho iniziato a registrare non avevo alcuna aspettativa. Ho fatto un demo a casa di amici registrando due tracce che avevo scritto qualche giorno prima. Era una cosa terribile e, per fortuna, solo in pochi l’hanno sentito, ma da quel momento sapevo che quello era il modo in cui avrei potuto esprimermi. Scrivere musica era la mia terapia e, come sono cambiato io, così è mutato anche il progetto Terra Deep.

Come ho scritto nella recensione, il nuovo album è un punto di rottura all’interno della tua discografia poiché dà le stesse profonde emozioni dei precedenti lavori, ma in un modo diverso. Come lo vedi rispetto alle tue altre release, in particolare rispetto allo splendido “Inamorata”? Quali sono le band o gli album che sono stati fondamentali per l’evoluzione della tua musica?

Matthew Edwards: Questo lavoro è di sicuro più eclettico. Volendo trasmettere una più ampia gamma di emozioni, ho preso spunto da molte influenze. “Inamorata”, invece, era molto più mirato. Avevo un concept ben definito e tutta la musica era legata a quel feeling quasi unico che volevo esprimere, e sembra che in quel caso abbia funzionato. Per “Part Of This World, Part Of Another”, avevo in mente un altro concept, ma era molto più tenebroso, quindi ho capito che avrei dovuto scegliere un approccio sonoro differente per ottenere quello che volevo. La mia carriera è stata pesantemente influenzata dagli Opeth. Ho sentito “Blackwater Park” qualche mese prima di dar vita a Terra Deep, quindi il loro impatto è stato enorme non soltanto a livello musicale, ma anche ideologicamente. Amo il modo in cui riescono a mettere in un unico pezzo sonorità anche molto disparate senza che si senta lo stacco tra l’una e l’altra. Un altro artista che mi ha ispirato molto è Devin Townsend con la sua abilità nel riuscire a far suonare bene, in buona sostanza, tutto ciò che gli pare. In quell’album sono finite anche delle influenze dirette come “Axioma Ethica Odini” degli Enslaved e “Worst of All Possible Worlds” degli Exhausted Prayer. Sono sicuro ci sia anche dell’altro, ma fondamentalmente in quel periodo stavo ascoltando parecchio quella roba.

Entrando più nel dettaglio, “Part Of This World, Part Of Another” si può definire come Black Metal solo per semplicità. Credo sia abbastanza soddisfacente creare qualcosa di difficile catalogazione, ma allo stesso tempo non sei preoccupato che una simile peculiarità finisca per scoraggiare più persone di quelle che potrebbe attrarre? Tu come lo descriveresti?

Matthew Edwards: Da soddisfazione aver creato qualcosa che non è facile da catalogare e rivendico con orgoglio di aver fatto qualcosa che non è un banale lavoro derivativo. Se dovessi descriverlo, direi Progressive Black Metal, anche se, come hai ben detto, l’ultimo album saggia i limiti del concetto di “Black”. La mia musica cambia e cambierà, ma credo che il Black rimarrà un punto cardine. Ma potrei anche sbagliarmi. Per quanto riguarda il fatto di scoraggiare le persone, sono quasi sicuro di aver perso qualche fan guadagnato con “Inamorata”, ma è così che funziona. Potrei rimetterci le mani mille volte, ma non sarebbe autentico. Quell’album è stato scritto in un momento ben preciso della mia vita, e onestamente non potrei rimettermi in quelle condizioni. Per me ci sono due tipi di fan nel Metal: quelli che preferiscono dei paragoni con un suono specifico (il Black più oscuro, il Thrash più casinista, etc.) che incarni l’essenza stessa del genere, e quelli che cercano le anomalie e vogliono ascoltare qualcosa che non hanno mai sentito. Faccio assolutamente parte di questo gruppo, perciò quando scrivo la mia musica cerco sempre di creare quelle nuove contaminazioni in cui spererei di imbattermi. Sono incredibilmente grato ad ogni fan e ad ogni persona che ha supportato Terra Deep in tutto questo tempo, ma alla fine faccio tutto questo per me. Terra Deep è una pura catarsi e, se mi sentissi in obbligo verso le aspettative degli altri, tutto questo si sgretolerebbe.

Quando hai iniziato a lavorare al nuovo album, quali erano i tuoi obbiettivi e le tue aspettative? Dato che, come hai detto, si tratta in un lavoro molto eclettico, che brano pensi sia più adatta per descrivere l’essenza di Terra Deep? Sei soddisfatto del risultato finale e di come l’album è stato accolto?

Matthew Edwards: Quando ho incominciato a lavorare a “Part Of This World, Part Of Another”, tutto quello che sapevo era che non volevo creare un “Inamorata 2”. Volevo qualcosa di più ampio respiro, sviluppato su un immaginario che esulasse dall’estetica della nebbia e dei boschi. “The Navigator” è il pezzo che secondo me rappresenta meglio l’essenza dell’album. Si avvicina abbastanza fedelmente a ciò che avevo in mente e, per quel che mi riguarda, è il brano eseguito meglio. Sono molto soddisfatto di come l’album è venuto nel suo complesso, dato che ogni traccia si combina ottimamente con le altre. Il riscontro avuto dall’album, od il fatto stesso che abbia avuto un riscontro, per me è stato incredibile. Considero una gran vittoria qualsiasi cosa arrivi, anche solo il fatto che non sia passato inosservato. Ero preoccupato che ne uscisse un groviglio caotico senza capo ne coda, ma sembra che molte persone abbiano capito quello che avevo in mente, e sono enormemente grato a tutti quelli che han trovato il tempo per ascoltarlo e per supportarlo. Aver firmato per la Dusktone Records ha sicuramente aiutato molto, e sono onorato che abbiano puntato su di me. In questo modo sono riusciti a rendere accessibile l’album a molta più gente di quanto avrei mai potuto sperare.

Penso che “Part Of This World, Part Of Another” possa essere visto come un titolo simbolico. Voglio dire, quali sono i mondi a cui alludi? L’artwork è in qualche modo legato ad essi e che cosa cela?

Matthew Edwards: Mi scopro essere nostalgico per epoche e luoghi che non sono mai realmente esistiti. Se si guarda al futuro o al passato è abbastanza facile farlo attraverso una prospettiva idealizzata, finendo per vedere un qualcosa di più grande che offusca il nostro mondo. Questi luoghi sembrano così tangibili e concreti al punto da poter diventare reali con la forza di volontà. I mondi dell’album sono quelli che ci creiamo, di cui ci rimane il vago e piacevole ricordo di ciò che avrebbe potuto essere o è stato, così vicino ma allo stesso tempo impossibile da raggiungere. L’artwork credo rappresenti abbastanza bene tutto questo. La prima volta che sono incappato in quell’immagine, l’ho guardata alcuni minuti chiedendomi se fosse stata ritoccata al computer. Potrebbe anche essere così, ma sembrava quasi aliena, come proveniente dall’immaginazione di qualcuno o da un epoca che non è mai esistita.

Per quanto riguarda i testi, quali sono i temi che ti piace trattare e da dove prendi l’ispirazione per scriverli? Quanto importanti sono nell’economia dei tuoi lavori? C’è un concept o una filosofia sottesa all’album, o quantomeno alla suite “Et Lux In Tenebris Lucet”?

Matthew Edwards: Per quanto riguarda i testi, parto con un’idea base e ci costruisco poi attorno il resto. A volte si tratta di una storia coesa, altre diventa un testo più generale. Ho passato gran parte del tempo cercando di trovare le parole o le frasi che evocassero il meglio possibile lo spirito dei vari brani, dal momento che volevo tratteggiare un ritratto emotivo anche a scapito di una visione d’insieme. “Et Lux In Tenebris Lucet” è un concept che si colloca nell’atmosfera generale del resto dell’album. Parla di un uomo che diventa luce e viaggia attraverso il tempo fino alla fine dell’umanità prima di volare in un buco nero. So che può sembrare il sogno malato di un drogato, ma quel che conta è il viaggio, e nel contesto musicale funziona. Il resto dell’album è più generale. Gioca con la sensazione di nostalgia verso qualcosa che non può esistere, e anche in questo caso “The Navigator” sublima al meglio il tutto: “The only thing I truly want is something I can never find.”

Terra Deep è solo una delle tante band in cui sei coinvolto. Come riesci a gestirle tutte e dove trovi l’ispirazione per così tanti progetti?

Matthew Edwards: Molte delle “band” sono solamente dei solo project come tanti altri che rispolvero quando voglio esplorare un genere od uno stile che è fin troppo distante dall’ambito di Terra Deep. Questo include cose come Kingdom of the Sun, Warlok e Amzamiviram. Il mio songwriting va e viene a periodi, e se questi non si allineano con quanto sto facendo con Terra Deep, allora parto con uno degli altri progetti. Terra Deep rimane il mio progetto principale, ma anche gli altri li porto avanti molto seriamente pur dedicandoci molto meno tempo. Oltre a ciò, suono il basso in un gruppo vero e proprio, una band di old school Heavy Metal chiamata Sanctifyre. In questo modo mi tolgo la voglia di suonare dal vivo.

A tal proposito, visto che Terra Deep è una one man band, hai mai pensato di recultare qualche sessionman per fare qualche concerto? Credi che le tue canzoni potrebbero perdere parte delle loro atmosfere in un simile contesto?

Matthew Edwards: C’ho pensato, si, e voglio fare qualche concerto al momento giusto, ma ad ogni modo non ho fretta. I gruppi tradizionali devono tenere a mente la dimensione live quando compongno, e per questo devono rinunciare a quelle idee che sarebbe difficile od impossibile riprodurre dal vivo. Anche se la maggior parte della produzione attuale di Terra Deep potrebbe essere suonata live, mi piace avere la libertà di creare suoni senza dovermi preoccupare di come replicarli sul palco. Se voglio sei parti diverse di chitarra e blastbeat a 600BPM, posso farlo (non che abbia in mente di farlo, ma avete capito cosa intendo). Credo che dal vivo nessuna delle mie canzoni finirebbe per perdere del tutto la propria atmosfera, ma sarebbero comunque diverse. Quando scrivo un album, cerco di dargli sempre un feeling unico, dunque l’atmosfera di ogni pezzo è legata al suo contesto all’interno dell’album. La mia vera paura sarebbe un concerto con pezzi sconclusionati e slegati come se presi singolarmente dalla mia discografia. Ho pensato parecchio al modo migliore per far si che tutto posso funzionare e alla fine è fattibile, pur non essendo una cosa che prendo alla leggera.

Per quanto riguarda i tuoi progetti futuri, hai già pianificato o scritto qualcosa di nuovo? Verso quali direzioni vedi andare Terra Deep nei prossimi anni?

Matthew Edwards: Ho quasi finito il prossimo album, “Transparagon”, e ho già iniziato a lavorare ad un altro ancora. Il prossimo album sarà di gran lunga il più pesante che io abbia mai fatto, ma in quello dopo potrò andare in qualsiasi direzione. Penso che nessun album possa essere un buon anticipatore di quello che verrà dopo, dal momento che ho sempre voluto fare qualcosa di nuovo in ogni uscita. Ad esser sincero, non so neanche dove sia arrivato il progetto Terra Deep. Ho parecchi suoni in mente che voglio esplorare, ma è ancora tutto da vedere come si manifesteranno nella musica. Non so cosa accadrà, ma di sicuro sarà qualcosa di diverso.

Questa era l’ultima domanda. Ti ringrazio per il tuo tempo e ti lascio l’ultima parola.

Matthew Edwards: Grazie ancora a tutti quelli che hanno supportato questa mia fatica. Speriamo che apprezziate, come avete sin qui fatto, quello che verrà.

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