LIVE REPORT – MARK LANEGAN
Fiesta (Roma)(11/07/2017)

Ancora non perfettamente ripresomi dalla serata passata in compagnia dei The XX, ecco che il giorno dopo tocca rimettersi in sella al fidato scooter ed andare alla ricerca del luogo dove si terrà il concerto del grande Mark Lanegan. Infatti, una settimana prima della data del concerto, la società che lo organizza comunica che la location scelta non sarà più le “Terrazze dell’Eur”, bensì un generico Parco Rosati, il parchetto affianco all’entrata del Luneur. Raggiunto il posto, ci troviamo però praticamente in mezzo al nulla. Dopo qualche minuto di totale incertezza, ecco arrivare un gruppo di ragazzi anche loro alla ricerca di Lanegan e, dopo aver scambiato qualche parola, sembra che, secondo alcuni carabinieri incontrati, il concerto sia stato spostato al Gay Village, sempre lì nelle vicinanze. Perciò, ripreso lo scooter, faccio i cinquecento metri che ci separano dalla nuova indicazione, ma scopro che anche il Gay Village è completamente chiuso. Tuttavia, è comunque presente un flusso di persone che prosegue oltre il Gay Village verso la vicina Piazza Barcellona. Ci accodiamo anche noi e, dopo un cento metri, scopriamo la vera location del concerto. Il Fiesta. Dopo qualche momento di sbigottimento, ci mettiamo in fila per ritirare i biglietti acquistati online, e prendiamo posto nella piccola ma accogliente arena del locale.

Dopo qualche minuto, ecco salire sul palco due brutti ceffi, che attaccano un set di una mezz’oretta scarsa, fatta di un fumoso ed ipnotico blues. Onestamente non ho ben capito chi fossero, visto che il chitarrista e cantante parlava con un filo di voce, ma se non mi sbaglio credo che fosse uno dei due chitarristi della Mark Lanegan Band. Non erano affatto male, sebbene a lungo andare risultassero un pelino ripetitivi, ma forse l’ambiente non era quella adatto al loro genere, considerando che anche il pubblico era ancora intento a prendere posto ed a mangiare qualcosa.

Mark Lanegan

Passata un’altra mezzoretta di cambio palco e check, ecco salire il buon Mark, insieme alla sua backing band, per questo tour accompagnata da un ospite di riguardo come Greg Dulli, ex-Afghan Whigs, alla chitarra, visto che il sodalizio ha portato alla pubblicazione dell’ottimo “Gargoyle”. Un lavoro che sto particolarmente apprezzando in questo ultimo periodo, dove Mark è riuscito a mettere insieme una serie di brani particolarmente intensi e riusciti, che lo vedono anche flirtare con sonorità decisamente Post-Rock. L’apertura del concerto è affidata infatti proprio ad una traccia di quest’ultimo disco, ossia l’eccellente “Death’s Head Tatoo”, mettendo poi in fila una sequenza molto intensa con la famosa “The Gravedigger’s Song”, seguita dall’altrettanto energica “Riot In My House”, entrambe prese dall’ottimo “Blues Funeral” uscito nel 2012. Da qui in avanti è un continuo ondeggiare tra momenti più Rock e altri più intimisti, con il buon Mark, quasi uno scheletro praticamente appeso all’asta del microfono e completamente avaro di parole, dotato ancora di una voce incredibile, con il suo timbro basso e roco che è capace di rendere maledetto e disperato anche un brano Rock allegrotto come “Emperor”. Gli altri componenti della band sono praticamente perfetti, con il buon Dulli a tirare le fila con la sua chitarra. A mio parere, il momento clou è stato a metà concerto, con il buon Mark che ha eseguito con assoluta maestria la toccante “Harborview Hospital”, anch’essa ripescata dal bellissimo “Blues Funeral”, preceduta dalle altrettanto intense “Goodbye To Beauty”, vero e proprio addio disperato, “Beehive”, altra traccia molto godibile dell’ultimo “Gargoyle”, e dalla straniante “Ode To Sad Disco”, con i suoi beat elettronici.

Mark Lanegan

Un po’ meno interessante è stato la parte conclusiva, con un intero blocco di quattro brani estrapolati da “Phantom Radio”, lavoro che non ho francamente mai ascoltato, ma che, eccetto per la psichedelica “Floor Of The Ocean”, non m’ha trasmesso dei grossi spunti d’interesse. Fortunamente sul finale arrivano “Head” e la potentissima “Metamphetamine Blues”. Dopo qualche minuto di pausa, la band rientra per un breve encore con “The Killing Season”, altro estratto da “Phantom Radio”, per poi chiudere con l’inattesa cover dei Joy Division di “Love Will Tear Us Apart”, che manda in visibilio il pubblico e mette fine nel migliore dei modi ad un fantastico concerto. Certo, non fa’ in tempo a finire l’esecuzione del brano che Lanegan è già sparito nel backstage, lasciando al buon Dulli il compito di ringraziare i presenti ed invitarli a fare due chiacchiere al banchetto del merchandising.

SETLIST: Death’s Head Tattoo; The Gravedigger’s Song; Riot In My House; No Bells On Sunday; Wish You Well; Hit The City; Nocturne; Emperor; Goodbye To Beauty; Beehive; Ode to Sad Disco; Harborview Hospital; Deepest Shade (The Twilight Singers Cover); Harvest Home; Floor Of The Ocean; Torn Red Heart; One Hundred Days; Head; Methamphetamine Blues; Encore: The Killing Season; Love Will Tear Us Apart (Joy Division Cover)

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