OPETH
“Pale Communion”

Con l’uscita di “Heritage” ci si trovò in quella difficile e spiazzante situazione in cui non si riesce a dare un giudizio definitivo su un album. Perché se da una parte si era alle prese con un lavoro ineccepibile dal punto di vista musicale, con una produzione cucita su misura per esaltare le atmosfere Prog settantiane costruite su virtuosismi e passaggi da brivido, dall’altra non si poteva nondimeno notare una certa mancanza di espressività, come se l’ascolto scivolasse via tranquillo senza però regalare quasi mai delle emozioni, o quantomeno non quelle che tolgono il fiato e che dovrebbero giocare un ruolo chiave nel garantire una certa longevità ad un disco. Per intenderci, se in lavori come “Morningrise”, “My Arms Your Hearse” e “Blackwater Park” (ma si dovrebbe citare l’intera prima parte di discografia) si sentiva quel genuino senso di passione e di coinvolgimento emotivo, su “Watershed” o lo stesso “Heritage” affiorava un loro progressivo e inesorabile inaridimento che, pur non compromettendone la riuscita globale, finiva per renderli dei lavori che difficilmente sarebbero stati ripresi in mano una volta passata la sbornia iniziale.

In questo, “Pale Communion”, pur continuando sul percorso del definitivo abbandono dell’inconfondibile trademark della band iniziato già con “Heritage”, sembra quantomeno presentare, soprattutto negli intermezzi acustici e introspettivi, una maggiore profondità a livello di emozioni e sensazioni anche se, bisogna ammetterlo, questo aspetto positivo viene controbilanciato da un senso di noia che è sempre dietro l’angolo. A tal proposito nei primi minuti troviamo un uno-due micidiale: “Cusp Of Eternity”, scelto come singolo, risulta essere paradossalmente uno dei peggiori episodi dell’intero album, talmente pieno di autocitazioni e riff scontati che è difficile capire il motivo di questa scelta; segue a ruota “Moon Above, Sun Below”, un pezzo con qualche spunto interessante che però soffre di una lunghezza eccessiva e di alcune soluzioni forzate che smorzano il coinvolgimento emotivo. Un po’ di sollievo arriva invece da “Elysian Woes”, un brano interamente acustico che sembra uscire direttamente dallo splendido “Damnation” grazie alle sue atmosfere in chiaroscuro sempre in bilico tra un apparente senso di pace che contiene a stento tormento interiore e solitudine, ma è davvero poca cosa per risollevare o rilanciare le sorti dell’album, che anche nella sua seconda parte scorre senza troppi sussulti degni di nota. Ma, a ben vedere, poco sarebbe cambiato, perché chi è rimasto scottato da “Heritage” difficilmente riuscirà a superare la soporiferità di “Pale Communion”, che in effetti ne è una sorta di versione aggiornata (si fa per dire) e nulla più, con la band che si mostra più a proprio agio e in confidenza con questa sua nuova natura senza per questo riuscire ad affrancarsi da composizioni fin troppo sfacciatamente agiografiche nei confronti del Prog settantiano, tanto da farli sembrare dei comprimari qualunque senza un’anima. Insomma, anche se rispetto al suo predecessore “Pale Communion” risulta un lavoro più compatto e meno “dispersivo” e in cui riemerge quell’oscurità e malinconia di fondo che sembrava essersi completamente esaurita dopo “Damnation” e (in parte) “Ghost Reveries”, rimane comunque un lavoro sostanzialmente noioso e addirittura privo di un vero e proprio acuto, come poteva essere una “The Devil’s Orchard”, che pure in sede live riesce ad avere un suo perché. A tal proposito potrebbe forse essere opportuno notare come dal vivo anche i brani più deboli a livello competitivo riescano a coinvolgere in maniera più marcata rispetto al disco, ma si tratterebbe comunque di un tentativo di voler cercare ad ogni costo dei pregi che, francamente, si faticano a vedere e che, di fatto, servirebbero soltanto per nascondere l’evidenza. Perché, a costo di risultare noi stessi degli inguaribili nostalgici, le cose sono molto semplici: un lavoro del genere verrà ascoltato (e recensito) per quel nome che porta in copertina, non tanto per i presunti meriti artistici che alcuni scribacchini vogliono a tutti i costi trovargli. E molto meglio sarebbe stato se Åkerfeldt avesse avuto l’onestà e il coraggio di mettere in stand by la sua creatura, dando vita ad un nuovo progetto che non avrebbe dovuto confrontarsi con un passato così ingombrante e che sarebbe stato ancora una volta molto seguito per i suoi interpreti e valutato non con un occhio di riguardo per la sua storia, ma solamente per quel che rappresenta, ovverosia uno spassionato tributo alle proprie radici senza troppe velleità.

BRIEF COMMENT: Opeth‘s new album starts exactly where their previous work has ended, confirming that they haven’t changed their mind. Thus, “Pale Communion” sounds like an enhanced version of “Heritage” but, though the band seems now more at ease with this new soul, the album suffers from a soporific boredom that emerge from almost every track.

Contatti: Sito Ufficiale
Etichetta: Roadrunner Records
Anno di pubblicazione: 2014
TRACKLIST: 01. Eternal Rains Will Come; 02. Cusp Of Eternity; 03. Moon Above, Sun Below; 04. Elysian Woes; 05. Goblin; 06. River; 07. Voice Of Treason; 08. Faith In Others
Durata: 55:42 min.

Autore: Nivehlein, Iconoclasta

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