SAMAEL
“Passage”

Non so se siete d’accordo, ma il bello di queste reissue, considerando il mio punto di vista privilegiato da scribacchino, è la possibilità di poter parlare di opere fondamentali del passato mettendo insieme le proprie esperienze di vita vissuta con il numeroso bagaglio di recensioni fatte in quasi vent’anni di onorato e “gratuito” servizio. Un giochino tutto sommato intellettualmente stimolante, tanto più se viene applicato ad una band decisamente unica e particolare come i Samael. Dico subito che non sono un profondo conoscitore degli svizzeri, anzi l’unico cd che posseggo è proprio “Passage”, anche se è da una vita che mi dico di voler approfondire la loro discografia, cosa che ovviamente difficilmente farò per la mia cronica mancanza di tempo. Il motivo di questo mia scarsa conoscenza è proprio da riferirsi a questo disco, che comprai dopo aver visto da qualche parte il video di “Jupiterian Vibe” e successivamente stregato dalla splendida luna schiaffata in copertina. Non ho idea di come un tale brano abbia potuto far breccia dentro il me ragazzetto, anche perché “Jupiterian Vibe” è quanto di più distante dal tipico suono Black Metal dell’epoca. Basta sentire le percussioni tribali che danno il via alla traccia, per capire quanto i Samael arrivassero veramente da un altro pianeta. Eppure, con “Passage” ho avuto decisamente una vita dura. Lo ascoltavo e riascoltavo senza sosta, d’altronde al tempo Spotify e gli mp3 erano ancora da venire, ma pur apprezzandone diverse tracce, non riuscivo a goderne appieno. Secondo me, all’epoca mi ero fatto troppo influenzare sulle tante chiacchiere che venivano fatte sul loro essere Industrial Black Metal e sul fatto che utilizzassero la drum machine, all’epoca considerata una cosa assolutamente impensabile e denigratoria per un gruppo Metal. In realtà, riascoltando l’album qualche anno dopo, riuscì finalmente a togliermi questi maledetti tappi dalle orecchie ed a comprendere la grandezza di questo lavoro. Personalmente di elettronica, industrial ed EBM non è che ve ne sia molta, così come il Black Metal normalmente inteso, a parte forse le vocals di Vorph, è quasi del tutto assente. I Samael erano essenzialmente un gruppo avantgarde, al pari delle sperimentazioni portate avanti da Arcturus o anche Covenant, con cui hanno in comune certi riffs di base, ma a cui è stato aggiunto quel minimo di marzialità nelle chitarre e drum-machine, o quei piccoli passaggi di synth, per rendere la loro proposta decisamente unica. Dai non ditemi che una “Moonskin”, costruita su quei celestiali arpeggi di piano, arrangiata in maniera diversa poteva tranquillamente comparire su un brano dei due gruppi poc’anzi citati. Sono poche le tracce effettivamente strane, una era proprio “Jupiterian Vibe” con quel suo strano modo di avanzare a balzi, e soprattutto la successiva “The One Who Came Before”, che effettivamente mostrava influenze più marcate di EBM ed industrial e che al tempo non passavano decisamente inosservate. Però, i Samael erano di base un gruppo Metal, e nonostante le tastiere di Xy siano le protagoniste del disco, le chitarre di Vorph e Kaos non sono affatto sparite e ammosciate, anzi sono più che presenti, sebbene con un ruolo un pochino differente. Mi piacerebbe poter avere il tempo per ascoltare “Ceremony Of Opposites” e “Eternal” per avere un quadro netto della loro evoluzione, ma forse potrò farlo solo in un’altra vita…

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Etichetta: Century Media, MDD Records (Reissue)
Anno di Pubblicazione: 1996, 2021
TRACKLIST: 01. Rain; 02. Shining Kingdom; 03. Angel’s Decay; 04. My Saviour; 05. Jupiterian Vibe; 06. The Ones Who Came Before; 07. Liquid Soul Dimension; 08. Moonskin; 09. Born Under Saturn; 10. Chosen Race; 11. A Man In Your Head
Durata: 42:11 min.

Autore: KarmaKosmiK

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